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  Inserito il: 08 Agosto, 2007  

Amarcord del ciclismo
I cremonesi vinsero a Reims il «Campionato mondiale su strada»

Domenica, 3 agosto 1947. Sessant’anni fa. Una domenica come tante altre in quell'afosa estate del '47, in pieno dopoguerra: qualche auto nelle vie delle città, battute da un sole implacabile; molte le bici che dirigono verso il Po, la riva dei Bruti, le due Canottieri, la spiaggia sulla riva piacentina (c'era ancora la scaletta in ferro che scendeva dal ponte).
Sono le prime ore del pomeriggio: molti han rinunciato al riposino pomeridiano, bar e osterie cominciano ad essere affollati, specie quelli che dispongono di un'area all'aperto. Potrebbe essere una domenica come tante altre, ma c'e un'attesa strana, un'insolita atmosfera di curiosa aspettativa di qualcosa che deve venire da lontano.
Dalle finestre spalancate di molte case si sentono le radio accese: non ancora i transistor, ma le vecchie grandi radio a valvole; la televisione arriverà sette anni più tardi. Subito dopo pranzo, con la divisa fiammante del Club Ciclistico Cremonese e la biciclettina da corsa, una Benotto, come quelle di Ferrari e Pedroni, col cambio Campagnolo a due leve e i Cerchi in legno che il nonno mi aveva fatto fare su misura a Torino, arrivo al Bar Dondeo.
I ricordi sono un po' vaghi (avevo sei anni soltanto) ma la “cerimonia” del gelato al Dondeo col nonno e quella domenica tutta speciale son rimaste indelebili nella memoria a distanza di quasi mezzo secolo.
Nel giardinetto del bar antistante la Stazione, teatro di una sessantina di premiazioni, ormai, della «Coppa Dondeo » già alle tredici ci sono tutti gli amici del nonno, da Mino Mazzini, presidente del C.C.C. a Ugo Dodi e Ottorino Cometti, da Ulisse Bongiovanni a WaIter Galbarini, oltre, naturalmente ad Attilio e Nino Dondeo.
E' la domenica più lunga ed esaltante della storia dello sport cremonese quella che ci apprestiamo a vivere: non so quanti gelati riesco a scroccare al nonno e non capirò mai come abbia sopportato di cronometrarmi tutti quei giri intorno all'aiuola della Stazione che era allora la mia pista preferita, ma era forse l'unico modo per alleviare una tensione emotiva ormai giunta a livelli impensabili.
Alfo Ferrari e Silvio Pedroni, i due grandi del ciclismo cremonese, erano impegnati nel Campionato Mondiale su strada, suI circuito dell' Autodromo di Reims. Anzi, probabilmente a quell’ora la gara era già terminata e stavano scendendo in pista i professionisti, ma dalla Francia non giungeva alcuna notizia, neppure una telefonata. Forse il notiziario del "Giornale Radio" dell ore 14, poi quello delle 15.
Ad un certo punto, il nonno ha uno scatto improvviso: afferra un gessetto dal tavolo del biliardo e si avvicina alla lavagnetta che sta appesa di fianco alla porta del bar (ogni domenica, così come avveniva in tutti i bar frequentati dagli sportivi per le partite del campionato di calcio, venivano annotati i risultati delle corse ciclistiche e gli sportivi, prima di cena passavano a leggerli) e scrive: «Campionato del Mondo: 1° Ferrari, 2° Pedroni».
Qualcuno sorride, qualcuno vorrebbe cancellare, almeno per scaramanzia, ma Cesare Castellani si oppone: «E' andata così, lo sento, non può finire in altro modo! Sono i due più forti del mondo e quello che ho scritto non lo cambia nessuno!»
Mezz'ora più tardi la radio gracchia i risultati e i commenti: un urlo di gioia, abbracci e tappi di spumante che saltano da ogni parte, la conclusione di un'avventura che non ha più avuto eguali nella storia del ciclismo mondiale con due atleti dello stesso sodalizio, della stessa città, ai primi due posti nella rassegna mondiale.
Vale la pena di ricordarlo quel gran giorno nel ricordo di chi lo visse in prima persona, un ricordo, quasi una storia, una bella storia, ascoltata tante volte dai due grandi atleti con la modestia e comunque quella consapevolezza dei propri mezzi che sempre li ha contraddistinti non solo in carriera agonistica. Venti giri, 164 chilometri: l' Autodromo di Reims, appena riaperto alle auto e alle moto, ospita il mondiale di ciclismo su di un percorso duro, ma perfettamente studiato per esaltare i più forti anche sui pedali. Ferrari e Pedroni vi sono arrivati dopo aver dominato un’intera stagione, dopo aver vinto tutto quello che c’era da vincere.
E' una gara nervosa, subito difficile ed esaltante, con attacchi a ripetizione che i quattro italiani (Ferrari, Pedroni, Baronti e Zanotti), unitamente ai «Galletti» di Francia, padroni di casa, bloccano sempre sul nascere.
A meta gara nasce I'azione decisiva quando il plotone si sfascia in tre gruppi: Zanotti e Baronti stanno davanti, Pedroni è nel secondo tronco, Ferrari nel terzo, ma capisce che la corsa sta evolvendo e allora riesce ad agganciarsi al gruppo di Pedroni, ma proprio quando i due stanno preparando l'attacco agli uomini di testa, il dramma che potrebbe sconvolgere i loro piani: Alfo sente la catena saltare, il cambio non risponde, i pedali girano a vuoto. Un attimo di disperazione lo invade, ma Silvio è pronto al suo fianco.
Si fermano, rimettono in sesto la catena (Alfo correrà il resto della gara senza la corona del 16 che si è spaccata) e inscenando un treno impossibile per tutti gli altri, riprendono il secondo gruppo e, di slancio proseguono fino a piombare come falchi sulla testa della corsa. Mancano 8 giri al traguardo e «Pelu» sa di poter vincere solo per distacco: così riparte a tutta e con lui rimangono solo in tre: lo svizzero Shaer, l'immancabile Beyaert capitano dei francesi, e l'inglese Fleming, il più pronto alla reazione isolata quando i quattro vengono riacchiappati dal gruppo in rimonta.
Scatta allora lo svedese Snell e Ferrari risponde. A 60 Km. dalla maglia iridata, Snell agguanta e stacca Fleming, Alfo è a 50 metri, il gruppo a 100. Sull’unica salita del circuito Alfo compie lo sforzo maggiore e i due sono insieme: uno sguardo e l'italiano capisce che Snell non ne ha proprio più: decide allora di andarsene da solo.
Non è abituato, Alfo, a vincere per distacco: è probabilmente il velocista più forte del mondo e si trova a lottare per l'iride su un campo che non gli è congeniale, ma dietro ha Pedroni che come un mastino bracca tutti gli inseguitori e non da scampo a nessuno.
Nella penultima tornata stabilisce il miglior tempo sul giro ad oltre trentanove di media, guadagna una cinquantina di secondi, ne perde qualcuno nel finale, ma resiste a denti stretti sino alla conclusione. Ha il tempo comunque per voltarsi e vedere la maglia azzurra di Pedroni che umilia in volata l'olandese Van Beek: incredibile!
Tutto incredibile: Ferrari che vince per distacco e Pedroni, che velocista non è mai stato, davanti a Van Beek, forse il miglior sprinter dopo Ferrari, ma è la dimostrazione della strapotenza del ciclismo cremonese assolutamente imbattibile in quella memorabile domenica d'agosto.
Davanti al bard Dondeo di ora in ora aumenta la folla entusiasta. Mino Mazzini (il papà di Mina) che è il presidente del Club Ciclistico Cremonese 1891, non ha retto alla tensione e se ne è andato... per scaramanzia, gli altri si abbracciano. Il giornalista Fiorino Soldi, pur solitamente non entusiasta delle gesta sportive, ma grande stimatore dei valori cremonesi, scrive: «Ferrari e Pedroni, usciti dalla terra, ritornano sulla terra ed al popolo nel nome di questo sport che è il più sereno ed il più glorioso. I loro nomi cominciarono prestro a risuonare nel cuore delle folle, di paese in paese, ovunque, quando passavano, c’era la gente in festa che spasimava per le fughe e per le volate ».
Adelmo Rigoli, succeduto in quei giorni a Gino Rancati nella direzione de «Lo Sport Cremonese » fece stampare un’edizione speciale del «Roseo». Grandi festeggiamenti al ritorno a casa dei due campioni: in Comune il Sindaco Rossini ed il presidente del Coni Franco Cabrini resero ufficiale il riconoscimento dei cremonesi con un ricevimento e la medaglia d’oro a ricordo di un’impresa che rimarrà tra le più grandi nella storia del ciclismo e dello sport cremonese. Un’impresa che fu soprattutto il frutto di un sentimento di amicizia che accomunava i due campioni e che non è mai venuto meno negli anni perché Alfo ha sempre visto in Pedroni l’amico pronto a sacrificarsi per lui, come accadde proprio in quella trionfale giornata in cui la rottura di uno stellino avrebbe potuto compromettere la loro corsa più bella, perché non c’è mai stata una giornata, una celebrazione, un ricordo di quell’impresa, fino alla festa del cinquantesimo celebrata in Comune, in cui Alfo non abbia voluto Silvio al suo fianco condividendo con lui la gloria e persino il titolo se avesse potuto.
Quella calda domenica di agosto rimane, anche a sessant’anni di distanza, la pagina più fulgida della storia dello sport cremonese, pagina irripetibile non solo perché per la prima ed unica volta nella stoiria dei mondiali di ciclismo due atleti della stessa società andavano ad aggiudicarsi i primi due posti sul podio confermando la bontà di una scuola che fino ad allora già aveva espresso talenti di grande spessore come Gino Mascetti, Gaetano Belloni, Pino Guindani, Pierino Favalli, ma perché la stessa giungeva in un contesto particolare, nel primo dopoguerra, quando l’Italia tornava, grazie proprio allo sport e al ciclismo in particolare, a farsi notare nel conesso europeo.
Una vittoria di quella portata, soprattutto in Francia, in un paese che era stato nemico in guerra sino a pochi mesi prima e che aveva schierato le sue forze migliori nel tentativo di agguantare un risultato di prestigio nel suo sport prediletto, non poteva passare inosservata.
Valenza doppia aveva, a Cremona, quel successo. Perché era una vittoria che premiava la collaborazione e l’amicizia tra due atleti che non avrebbero pensato un istante a sacrificare le proprie possibilità pur di favorire il compagno di squadra. Così era stato durante quei terribili momenti in cui Alfo s’era accorto di aver rotto lo stellino del sedici e Silvio non aveva fatto altro che mettere piede a terra, aiutarlo a risolvere il problema, risalire in macchina e rientrare con lui sul gruppo proprio nel momento in cui i rivali francesi aveva sferrato il loro attacco. Fu sottolineato ed esaltato dai giornali di allora quel gesto di Pedroni che avrebbe potuto compromettere le sue possibilità, ma lui stesso non vi diede mai peso. Sapeva che, a ruoli invertiti, Alfo avrebbe fatto la stessa cosa.
Era successo tante voltre tra loro. Vincesse l’uno o l’altro, per loro era indifferente: il merito andava sempre diviso. E così fu anche dopo, quando le loro carriere si divisero, dopo le sfortunate olimpiadi del 1948. Silvio, che aveva qualche anno in più, andò a rinforzare i ranghi dei professionisti entrando nella squadra di Fausto Coppi che a tutti i costi lo aveva voluto al suo fianco conoscendolo assai bene, visto che avevano trascorso insieme gli anni della prigionia in Africa.
Alfo rimase ancora tra i dilettanti, vinse ancora moltissimo: tre titoli italiani su strada (nessuno c’è mai più riuscito e probabimente non ci riuscirà mai più) un bronzo mondiale nel ’49, un centinaio di traguardi in mezza Europa. Ciò che rimase tra i due fu sempre quel grande sentimento di amicizia che si era rafforzato quel 3 agosto del ’47 perché Alfo Ferrari quella maglia iridata conquistata sul traguardo di Reims e i meriti di quel giorno volle sempre dividerli con Silvio Pedroni, perché non vi fu cerimonia commemorativa, sino a quella del cinquantenario, in cui non apparvero insieme, perché a Cremona li hanno sempre considerati, insieme, come i campioni del mondo.

Cesare Castellani 


       Commento Si ringrazia Il Piccolo Giornale

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